Da un’Agenzia Investigativa si assiste in prima fila agli abusi dell’autorità giudiziaria.


Il detective privato assiste in prima fila agli abusi dell’autorità giudiziaria.

Il detective privato assiste in prima fila agli abusi dell’autorità giudiziaria.

Da investigatore privato, che si occupa d’indagini criminalistiche da molto prima dell’introduzione delle indagini difensive nel Codice Penale, posso dire che sono falliti tutti i tentativi, fatti dal 1993 in poi, di equiparare il confronto tra Accusa e Difesa. Tale parità, al momento, dipende esclusivamente dall’apertura mentale dei singoli giudici, perché non è stata fatta alcuna riforma seria del settore.

         Ricordo di un collega fresco di licenza per le indagini penali difensive, la cui Agenzia Investigativa fu rivoltata come un calzino dalla polizia sotto ordine della magistratura, perché aveva rintracciato un testimone a discolpa in un caso di rapina. Il collega fu “giudicato” colluso con i rapinatori dal PM di turno (come a dire che l’Avvocato difensore di un assassino è complice nell’omicidio), ma in realtà il detective privato era stato solamente più abile dei poliziotti nelle ricerche.

         Io stesso, quando mi sono occupato di casi in particolare contrasto col PM, ho subito strani controlli amministrativi presso la mia Agenzia Investigativa. E ricevo spesso nella mia Agenzia Investigativa clienti che sono rimasti delusi dalle indagini della magistratura, senza poter reclamare, o che ne sono ingiustamente perseguitati.

         I recenti scandali, che hanno investito la magistratura, evidenziano un problema, che si trascina da decenni in Italia e del quale sono principalmente responsabili gli stessi politici che oggi si scandalizzano.

         Molti non ricordano o non vogliono ricordare che negli anni ’70 e ’80 era consuetudine dei magistrati arrestare e trattenere in detenzione preventiva tutti gli omonimi di un sospettato, rovinando la vita a molti innocenti pur di non lasciarsi sfuggire l’unico colpevole. Quando sarebbe bastato delegare alla Polizia Giudiziaria il lavoro d’identificazione per cui era pagata.

         Come si può pensare di avere una magistratura efficiente se i magistrati che processarono Enzo Tortora hanno proseguito indisturbati nella loro carriera?

         Perché sorprendersi di una magistratura impunita e iper-potente, dopo che il buon giornalista Stefano Livadiotti nel suo libro “Magistrati – l’ultracasta” ci ha raccontato dettagliatamente di un magistrato, colto in atti di libidine con un minorenne nei bagni di un cinema, incredibilmente uscito dal processo indenne e persino con un aumento di stipendio (esteso a tutti i suoi colleghi per effetto del “galleggiamento stipendiale”).

         Recentemente un mio amico magistrato, lasciandomi sbigottito per il fatto di essere mio amico (non per quello di essere un magistrato), ha sostenuto che in fondo le torture praticate nel Medioevo dall’autorità giudiziaria potevano essere l’unica ed estrema risorsa alla ricerca di verità, altrimenti irraggiungibili. Eravamo a cena, l’amico aveva bevuto un po’ e il giorno successivo mi venne a trovare in Agenzia Investigativa per scusarsi delle castronerie che mi aveva costretto a sentire (io lo avevo già perdonato perché so che non riuscirebbe a mettere sotto torchio neppure Angelo Izzo). L’ottimo magistrato si giustificò con la massima “errare humanum est”, ma è proprio questo il nocciolo del problema: se non poni argine con le regole alle debolezze umane, come possiamo sorprenderci della nostra stessa natura, notoriamente incline al delirio di onnipotenza e all’avidità?