La pandemia coronavirus sta facendo scoppiare molte coppie.


Per il detective privato gli smartphone sono moderni armadi, in cui ciascuno nasconde i propri scheletri.

Per il detective privato gli smartphone sono moderni armadi, in cui ciascuno nasconde i propri scheletri.

Si dice che le quarantene coronavirus stiano facendo scoppiare molte coppie, ma questo è un fenomeno che non riguarda solamente la ravvicinata convivenza forzata per causa della pandemia coronavirus.

Moltissimi clienti della mia agenzia investigativa si sono rivolti a me dopo aver trascorso una vacanza o fatto una crociera col proprio partner. Queste, infatti, sono classiche situazioni in cui comportamenti anomali con lo smartphone fanno emergere l’adulterio o il suo sospetto. E non sto parlando di comportamenti smaccatamente strani, perché il partner tradito, uomo o donna che sia, acquisisce capacità sovrannaturali di capire la situazione.

Una signora aveva notato che il marito riceveva alcuni messaggi, cui rispondeva subito, e altri cui rispondeva con molta più calma (indovinate quali erano dell’amante); è bastato questo a farla insospettire e convincerla a ricorrere all’investigatore privato. Un’altra cliente della mia agenzia investigativa, che affettuosamente chiamavo Superwoman, riusciva a leggere parzialmente i messaggini che il marito si scambiava con l’amante, vedendoli riflessi sul vetro di una vetrinetta a ridosso della quale l’uomo si sedeva per non essere sorpreso alle spalle.

         Ma poi ci sono i casi tragicomici, quelli che ti farebbero sbellicare dalle risate se non fossero devastanti per i tuoi clienti. Come quello di una donna sorpresa dal marito a messaggiare convulsamente con l’amante, la quale, invece di cancellare precipitosamente l’ultimo messaggio adulterino per poi consegnare lo smartphone in segno di trasparenza, lo condivise inviandolo allo stesso marito.

         Non si contano tra i clienti della mia agenzia investigativa quelli per cui tutto è iniziato con l’installazione di programmi Cloud o similari di condivisione foto, appuntamenti, rubrica. Ma i programmi Cloud sono un’arma a doppio taglio; ormai sono molto cauto con ciascun cliente che si rivolge alla mia agenzia investigativa per capire se il proprio device è sotto controllo o semplicemente programmato per condividere il nostro appuntamento.

         Anche in questo tragico momento dovuto alla pandemia coronavirus ricevo sul numero dell’agenzia investigativa un paio di telefonate al giorno di potenziali clienti che chiusi in casa coi partners vogliono un consiglio sulla fondatezza dei loro terribili sospetti e sul da farsi.

         Gli smartphone ormai sono diventati moderni armadi in cui conserviamo i nostri scheletri, come ben rappresentato dall’ottima pellicola del 2016 “Perfetti Sconosciuti”, diretta da Paolo Genovese. Anche la Giurisprudenza se n’è accorta e ha dato più di un segno di apertura sia sulla gravità delle relazioni virtuali sia sull’acquisizione della prova del tradimento direttamente dal moderno “armadio”.

         Non avrei mai immaginato di smascherare fedifraghi, la cui relazione adulterina consisteva in due o al massimo tre incontri carnali all’anno, contro decine di migliaia di messaggi e scambi di foto porno.