La barzelletta del referendum sul numero dei parlamentari non fa ridere sullo sfondo dell’ennesima tragica apertura di stagione della caccia.


  In una sola fotografia tutto il fallimento della specie umana

In una sola fotografia tutto il fallimento della specie umana

Domenica 20 settembre 2020 si sono aperte le votazioni del referendum costituzionale (senza quorum) in materia di riduzione del numero dei parlamentari. Non so voi ma io non ci sono andato: con i governanti che ci ritroviamo bisogna almeno cercare di non sprecare tempo ed energie per tenere loro bordone. E poi domenica non ero dell’umore giusto per trastullarmi in ridicolaggini, poiché si è aperta la stagione della caccia.

         Trent’anni fa fu indetto il referendum per abolire la caccia. Ero ancora un po’ ingenuo sebbene avessi aperto la mia prima agenzia investigativa Octopus da due anni. Mi precipitai a votare, illudendomi che si sarebbe messa la parola fine a una simile barbarie, ma fu tutto inutile: non si era raggiunto il quorum, pur sfiorando il 50% degli aventi diritto, e seppur di questi il 92% e rotti aveva votato contro la caccia.

Non ci voleva un genio della politica della democrazia per capire che l’altro 50 e passa per cento degli italiani non erano andati a votare per pigrizia. E che avrebbero rimpinguato la schiera dei “no-caccia”, poiché cacciatori o simpatizzanti raggranellarono un misero 7% e rotti, andando sicuramente tutti in massa a votare pur di mantenere il loro abbietto sopruso. Eppure, per i nostri politici il caso fu archiviato definitivamente come tentativo andato male.

         Ora ditemi da quale cilindro salta fuori che il quorum (tormento dei referendum degli ultimi sessant’anni) non è più indispensabile adesso con la riduzione dei parlamentari? Anzi, no! Non lo voglio sapere. Ormai da diversi anni mi sono imposto di non seguire più la politica (se di politica si può parlare) e ultimamente sto raccogliendo le prime soddisfazioni: di 2 politici su 3, che compaiono a blaterare sullo schermo nel mio zapping quotidiano, non conosco neppure il nome e – sommo gaudio! – spesso dimentico (purtroppo solo temporaneamente) persino quello del presidente della Repubblica Italiana.

         Tornando alla caccia, non fa così tanto schifo sapere che ci sono soggetti umani come noi capaci di uccidere per gioco quanto piuttosto che vi siano governanti, con la pretesa di farci da guida illuminata, capaci di tollerare, permettere o addirittura incoraggiare queste uccisioni insensate.

         È da quasi 40 anni che mi occupo di indagini criminali. Quando nel 1993 fu introdotta la figura dell’investigatore privato penalista, la mia agenzia investigativa Octopus fu una delle prime a ottenere la licenza per le indagini penali difensive e, purtroppo per lavoro, ho a che fare con criminali di ogni risma: ditemi voi che differenza c’è tra un cacciatore e un serial killer?

Qualche fautore dell’antropocentrismo obbietterà: “la vittima”, seguendo un dogma, oramai rivelatosi fallimentare, che non dà alcun valore alla vita di animali non umani. Eppure la criminologia c’insegna che l’assassino seriale è un disturbato mentale vigliacco che infierisce sui più deboli, iniziando la propria lurida carriera proprio da bestiole indifese.

Quando i detective della mia agenzia investigativa s’infiltrano in ambienti criminali particolarmente violenti le trascrizioni dei colloqui intercettati tra presenti assomigliano in maniera impressionante a quelli intercettati quando l’infiltrazione riguarda invece una banda di cacciatori o di bracconieri, che poi spesso sono la stessa cosa, a giudicare dall’enorme quantità di multe che commina ai cacciatori ogni stagione una guardia venatoria mio amico ed ex-detective della mia agenzia investigativa.